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fermate il mondo, voglio scendere
 





martedì, 29 aprile 2008

LA LIBERAZIONE NON E’ PER SEMPRE
 
25 aprile 2008, la Moratti non porta corone d’alloro. 25 aprile, Napolitano dichiara che deve essere la festa di tutti gli italiani. Prima o poi qualcuno fiuterà il business,  le vetrine si riempiranno di partigiani di zucchero, ascari di cioccolato e Stukas di liquerizia,  allora sì che tutti festeggeranno. 25 aprile, sole caldo e lago azzurro, come tanti anni fa.
 
Sulla porta c’è una bambina, sei o sette anni, camicetta ricamata a mano che contrasta gli zoccoli ai piedi devastati dai geloni.
“Che ci fai in casa del Giuseppe?”
“Giuseppe chi? Questa è casa mia”. certo, qui una volta abitava un nostro giardiniere, Giuseppe, andato in Grecia con un viaggio organizzato ma, come dice la canzone, “mai più tornato”.
La bambina sta fissando stupefatta la fruttiera, ma è troppo educata per chiedere. “Vuoi una banana?” “Le banane c’erano quando ero molto piccola, ricordo che mi piacevano molto” e aggiunge “oggi è festa, è finita la guerra” Guardo fuori, non ci posso credere. Gente che ride, jeep cariche di soldati e  ragazze con fiori sui vestiti e nei ricci. “Ce l’hai un fazzoletto rosso? Sto parlando con te, la mia mamma mi ha detto che i fazzoletti rossi sono finiti, ma io devo metterne uno al collo per andare a festeggiare.” Poi si ricorda di essere una bambina beneducata e aggiunge implorante “per favore!”. Vediamo di capire: in piazza sono arrivate le jeep con la stella bianca sul cofano, soldati come nei film, ragazze che li abbracciano e ridono. “Andiamo, oggi bisogna fare festa, è finita la guerra. Stasera ci saranno le luci, proprio le luci delle case. Non ci bombarderanno più. Ma io non so che cosa vuol dire un mondo senza guerra, sono troppo piccola per ricordarmi come era prima e come sarà dopo. Me lo spieghi tu?” Mica facile. “Sai, stanotte abbiamo dormito in cantina, c’era anche il bambino del podestà, lui no, il mio papà ha detto che non lo voleva, ma i bambini hanno altri diritti. In casa nostra non l’avrebbero mai cercato.” Strano, anche io mi ricordo ‘sta cosa. “Una notte sono venuti i tedeschi, hanno portato via il mio papà. Per fortuna è tornato qualche giorno dopo, aveva ancora addosso dei fili di paglia, sai, ci aveva dormito sopra.” Strano, mi ricordo anch’io di aver guardato un soldato altissimo, con elmetto e mitra, immobile davanti all’ingresso, mi ricordo che aveva ignorato la bambina beneducata, curiosità e pigiama rosa. Facciamo un compromesso, le metto al collo i fiori di Ken Scott, fiori per un giorno di festa.  Forse dovrei dirle che tornerà in città, lascerà i prati per un appartamento in  uno dei pochi palazzi sopravvissuti in una piazza torinese, bocca sdentata della guerra. - Che andrà a scuola con un ciocco di legno nella cartella per la stufa dell’aula gelida, che i geloni segneranno per anni la sua generazione, che su alcune tavole tornerà il pane bianco mentre a troppe altre siederà la fame. Che le bombe avranno cacciato le rose, alberi e panchine bruceranno per riscaldare il primo inverno di pace, così freddo. Che quello che adesso le sembra un giorno di festa diventerà proprietà privata. Vorrei dirle che dovrà correre per tenere il passo con un mondo che correrà più di lei. Vorrei dirle che dopo gli anni esaltanti della contestazione verrà il tempo del consumismo, quando “avere” soppianterà “essere”. Vorrei dirle che la guerra non finisce mai. Vorrei dirle che il Giuseppe non tornerà, il villaggio dove è andato non è un villaggio turistico, e che di lui è rimasto un nome inciso sopra un monumento, insieme a tanti altri. Ma adesso posso solo accompagnarla alla festa, so che sarà lei ad accompagnarmi sempre.
 
25 aprile 2008, sole splendente e lago azzurro come allora. Ma nessuno festeggia.
 

postato da: oliviapepe | 08:38 | commenti (7)

giovedì, 10 aprile 2008

L’AFFRANTA
 
L’indispensabile aveva scelto di andarsene per sempre in una mattinata di ottobre, quando i colori dei boschi si fanno violenti, prima di far posto alla stagione del riposo. Una di quelle mattinate in cui nessuno, sano di mente, si sognerebbe di abbandonare una natura così splendida.
 
Ragioniere in pensione, aveva scelto il  volontariato, mettendo a disposizione del prossimo la propria abilità manuale, la  propensione al comando e la capacità di organizzare il lavoro altrui.
 
Poi la malattia e quella mattina d’autunno, quando aveva guardato il lago e le montagne per l’ultima volta. Poi i manifesti listati a lutto, come usa nei paesi, “gli amici dell’associazione di volontariato, gli amici della bocciofila, gli amici di sempre, la moglie affranta”. A qualcuno sorge un dubbio Forse la moglie affranta deve essere messa per prima. In ogni caso deve essere resa presentabile per il funerale. L'affranta viene affidata alle pie donne, all’opera demodé della parrucchiera, al prestito di un vestito e degli occhiali neri. Sul velo nero qualche dubbio. Divieto di parlare, meglio non sentire la voce dell'affranta, cigolio di cardini mai oliati.
 
L'affranta si ritrova ad essere improvvisamente la prima donna di una scena scritta per qualcun altro. Comincia a uscire di casa, niente pasta da buttare in fretta ad orari strampalati, poco o niente da stirare, niente calzini e scarpe da raccattare in giro per casa. Comincia a rendersi conto che esiste una vita al di fuori della porta di casa, tavolini del bar dove può recitare di nuovo la parte dell’inconsolabile, biblioteca comunale, centro che organizza le attività ludiche degli anziani. Porta ovunque lacrime e kleenex, tiene banco raccontando la sua vita di sacrifici accanto a un uomo così malato. Il pubblico ascolta, si commuove, quasi applaude.   Al suono della sua implacabile voce i grumi di persone alle poste o al banco macelleria si aprono come il Mar Rosso al passaggio degli ebrei. Ma la compassione si esaurisce col finire dell’inverno. Sbocciano le camelie e i turisti incellophanati, che hanno diritto di precedenza sulle esibizioni della povera affranta. Improvvisamente la sua vocetta diventa insopportabile, ormai al tavolino del bar le fa compagnia solo un nipote, facilmente ricattabile con un gelato alla nutella, nessuno si ferma, un saluto frettoloso e via. Gli amici di una stagione la stanno abbandonando e i turisti stranieri non possono apprezzare il personaggio. Difficile tornare nell’ombra dopo aver assaporato le luci della ribalta.
 
Un mattino, davanti a un caffè solitario, una voce “posso?”. L’italiano è incerto, i bermuda e la giacca a vento dichiarano una provenienza molto più nordica. L’affranta ha il buon senso di annuire scuotendo i riccioli biondastri (persino la parrucchiera le dedica il tempo strettamente necessario), lo straniero, munito di mappa, ha senz’altro bisogno di aiuto. Poi chissà, l’affranta potrebbe ritrovarsi nel ruolo che tanto le si addice, in un altro paese, in un altro mattino di autunno.
 

postato da: oliviapepe | 07:32 | commenti (5)

martedì, 19 febbraio 2008

GLI INSEPARABILI


“Erminio, come ti chiami?”

L’Erminio in questione, impegnatissimo a recitare con qualche lacuna un brano dei Promessi Sposi a un gruppo di donnette estasiate, inciampa sulla “soglia di uno di quegli usci” per giustificare la moglie: “mi chiama sempre amore, è per questo che ….”  

La moglie se la era scelta su catalogo anni prima. Beh, non è che fosse un vero catalogo, ma parenti e amici gli avevano mandato varie fotografie di possibili candidate. Del tuo paese te la devi prendere, e Erminio del suo paese se la era presa. Tutta un diminutivo: piccolina, con i ricciolini neri e gli occhietti di un orsetto di peluche, sempre avvolta in strati di lana caramellosa – troppo freddo e umido questo paese. Erminio lavorava alle Poste, Assuntina se ne stava a casa ad aspettarlo seduta vicino alla stufa, che Erminio provvedeva a riempire di legna tutte le mattine. Cosa un po’ strana in un paese dove tutte le donne lavoravano:mogli di muratori che lavoravano in casa di altre donne che a loro volta lavoravano in città, mogli di artigiani che aspettavano i turisti nei negozi di souvenir, la madre ottantenne dei due librai prestava servizio di vigilanza tenendo d’occhio i passanti che si avvicinavano troppo agli oggetti esposti. Un impiegato alle Poste ha una sua dignità, non esiste che la moglie lavori fuori casa. Così Assuntina trascorreva le sue giornate, aspettando il ritorno di Erminio. La spesa insieme, le orecchiette preparate da Erminio “come le faceva mamma sua” quattro mura e un palmo di giardino, dove i rododendri si stringevano alle gardenie, confondendo reciprocamente i fiori, un po’ per compagnia e un po’ per mancanza di spazio vitale. Ma le quattro mura racchiudevano la vera passione di Erminio: la pittura. Ritratti di donne, tutte diverse da Assuntina, donne osservate sul lungolago, donne che lo osservavano da pagine di riviste, tele ovunque, Erminio aveva il dono di creare combinazioni di colori evanescenti, incarnati perlacei che emergevano da sfondi caravaggeschi.

 

Ma la vita di reclusa non si addiceva a Assuntina, che piano piano aveva cominciato a uscire la mattina a prendersi un timido caffè al bar, affollato di pensionati, ad ammirare le acque ferme del lago, così diverso dal suo mare. Al ritorno di Erminio anche lei avrebbe avuto qualcosa da raccontare, finalmente. Erminio intuiva questa nuova libertà e mille paure si sovrapponevano. Poi gli improvvisi cedimenti di memoria di Assuntina: “Ci conosciamo? Come ti chiami?” E la diagnosi: Alzheimer. E qui le decisioni da prendere velocemente: pensionamento, devo starle vicino. Sempre insieme, la spesa la mattina al braccio di Assuntina dai passettini un po’ incerti, Erminio ai fornelli, in giardino per potature e lavoretti vari, davanti a tele enormi e pennelli, sempre sotto gli occhietti un po’ assenti della moglie, poi due passi fino alla gelateria. Ricordi, ti piace la vaniglia? Se lo dice Lei, ci conosciamo?  

Ma negli occhi di Erminio la pace finalmente ritrovata.
 
 

postato da: oliviapepe | 09:41 | commenti (13)

giovedì, 28 giugno 2007

LA METAMORFOSI
 
“Perché non scrivi un raccontino su di me?”.
“Non scrivo mai racconti sui miei amici”.
Non mi pare il caso, i miei raccontini possono anche far male.
I suoi occhi vanno da me al bicchiere di latte corretto menta. “Buono sai?”
Torno al mio aperitivo, la questione è chiusa.
 
Non vedevo Margherita da qualche anno. Margherita l’amica sempre disponibile, la prof sempre pronta a spiegazioni chilometriche sull’ultimo film, sul suo nuovo quartiere dell’hinterland milanese, sull’ultima ricetta di ravioli integrali. L’avevo conosciuta in una scuola di teatro, caschetto riccio, pull d’angora dai colori improbabili o camicioni messicani, gonne da zingara anni ’70, le mancava giusto l’eskimo a completare l’arredo. E ora la ritrovavo così diversa:  non più prof, rughe sottili agli occhi ingenui, piccoli canyon nel fondo tinta color latte, senza menta però.   A disagio nel tailleur scuro, scarpe e calze, circondata da turisti simil-hawayani assorti nelle loro birre alla spina. Immutati solo il latte alla menta e gli occhi ingenui.
 
“Sai, ci siamo lasciati, mi ha chiesto una pausa di riflessione, sono successe troppe cose …” Già, troppe cose. Già, un nuovo amore, il classico milanese rampante, critico verso i suoi amici, critico verso il figlio viziato. Ovviamente il figlio di Margherita, maggiorenne solo per l’anagrafe, privato improvvisamente di casa e comodità incluse: ”Voglio il mio spazio”. E il ragazzo si era trovato a crescere in pochi giorni. Sugli amici si era resa necessaria una scrematura. Per me e per altri niente più spaghettate e gelati sul terrazzo dell’hinterland, gerani e aerei in decollo al posto delle rondini. Niente più cinema con discussioni interminabili sull’immancabile pizza. Sparita, inghiottita con i suoi pull d’angora da questo amore così totalizzante. Poi i problemi dell’azienda di lui. Troppa concorrenza. I clienti erano sciamati verso prezzi migliori. Margherita aveva lasciato la scuola, si era improvvisata segretaria dell’agenzia sull’orlo del fallimento, barattando la sua vita per una promessa. Non più vacanze, ma qualche fine-settimana al mare “A me non piace, ma lui adora nuotare”, spaghetti e gelato sulla terrazza rumorosa con altri amici. Qualche telefonata, poi il nulla metropolitano. Fino a qualche giorno fa: “Vediamoci, sono sul lago per una serie di conferenze ai turisti americani”. Ci vediamo, tra noi il gelo del latte corretto menta e del camparino. Mi vuole far leggere la sua discettazione cultural-pettegola sui grandi del Rinascimento “ Ai turisti interessa di più sapere se Michelangelo era davvero gay”. 
 
La mia amica Margherita non esiste più, la sua metamorfosi ingessata e sola nella sua nuova identità si avvia verso la sua auto.
 
Certo, mi rendo conto. Non abbiamo più niente da condividere. Certo, adesso posso scrivere un raccontino su di te e sulla tua solitudine. Ma non mi piace far riaffiorare il dolore per aver per averti perduta..

postato da: oliviapepe | 07:55 | commenti (5)

mercoledì, 20 giugno 2007

ALICE
 
Il solito borgo allungato sul lago, con pretese di città, aveva una nuova residente. Anna, ex-segretaria dell’immancabile azienda leader mondiale e neo-pensionata, aveva deciso di concludere un’esistenza grigia tra i colori scintillanti di una natura tanto bella da essere, a volte, opprimente.
Casa con vista, sorella a carico, orologio con logo aziendale, computer come regalo d’addio. Grazie ai soliti intrecci aziendali, collegamento ADSL Alice in regalo. La metropoli uno la lascia, basta prendere un treno, difficile scrollarsi di dosso le abitudini, nido caldo degli anni che contano. Difficile lasciare nell’armadio la tenuta da segretaria un po’ ottusa ma tanto disponibile, difficile costruirsi dopo troppo tempo un’immagine rilassata. Soprattutto difficile districarsi con un software mai visto prima affidandosi a call-center e help-desk, invece che ai monosillabi strafottenti del tecnico EDP,. Voci sconosciute che variano ad ogni chiamata. Vorrei parlare con Roberto. Sono Mariangela, come posso aiutarla? Beh, di sicuro non a scegliere un etto di prosciutto e mezzo kg di mele. E sempre lo stesso epilogo: il suo sollecito è stato inoltrato. Ma lo vuoi capire cara Mariangelacomepossoaiutarla che qualcuno dovrebbe semplicemente dirmi come cavolo faccio a collegarmi, visto che sul monitor compare sempre la stessa frase “connessione non riuscita, errore 206”. Le ex-colleghe promettono interventi presso l’Alta Direzione, del resto l’azienda leader ha diritto di vita e di morte su tutti i call-center e help-desk. Ma le acque aziendali ingoiano i pensionati, per poi ricomporsi in un’indifferenza disumana.
Ogni giorno Anna dedicava un’ora a dialogare con operatori surreali. Comperava solo albicocche marcate Alice, vedeva impresso sui muri il misterioso Errore 206. Il resto del tempo lo passava tra visite mediche e parrucchiere. Il tentativo di socializzare con i nuovi compaesani si dissolveva lasciando il posto a tormentosi flash: chi sono, che ci sto a fare qui, perché non ci sono i tram. Aveva persino provato a confessare al parroco il suo Errore 206. Il parroco l’aveva assolta pena un pater ave e gloria e diecimila euro da versarsi in comode rate mensili con la causale “aggiornamento informatico dell’oratorio”: 
L’ultima volta l’avevo vista al mercato. Era sbiancata sentendomi pronunciare la parola “alici”. Come, più di una? E dove? Al banchetto del pesce, sono così buone al forno! A lei serviva una sola alice, irreperibile nello sguardo sconcertato del pescivendolo. Alice, c’era ma non c’era, c’era, ma non funzionava. Alice, promessa mai mantenuta di contatti recuperati, porta sul mondo, simbolo concreto  di vita attiva, di piccolo universo fatto di macchinette per il caffè, code per la mensa, computer e colleghi. Alice non abita qui, le coetanee di Anna sono fatte di marmellate e liquori casalinghi, messa la domenica, passeggiata sul lungolago, decorazione di oggetti inservibili. Alice non abita nel borgo allungato sul lago, con pretese di città.
Anna e Alice, inflessibili parallele tracciate sulle acque del lago.
 
Eppure Maresciallo, sembrava una persona così normale, così tranquilla. Chi l’avrebbe mai detto che sarebbe piombata nel più vicino “punto 187” armata di notebook, cavi USB e Luger del ’40, dimenticata in un cassetto dal padre nella fretta di morire. Chi l’avrebbe mai detto che avrebbe fatto una strage al grido di “datemi Alice”? Ripeto Maresciallo, sembrava una persona così normale, mai sopra le righe. Però non ho capito perché in tutti questi anni non le abbiano mai dato il collegamento …..
 

postato da: oliviapepe | 08:41 | commenti (4)

giovedì, 20 luglio 2006

IL BIMBO DI CARTA
 
Dum-da-da-da-dum
La stampante si chiede il perché di tutto questo lavoro. Il sole si chiede perché non accetto il suo invito. Il lago si chiede perché non lo raggiungo per una nuotata.
Dum-da-da-da-dum
Mah …. 
Dum-da-da-da-dum
Una montagna di racconti mi sta franando addosso. Perché così tanti? E soprattutto, perché li ho scritti? Avrei potuto farne a meno, nessun bisogno interiore di dare forma e colore a sensazioni. L’ho fatto per divertire gli altri. Divertire forse, spesso commuovere, questo è più facile.
Dum-da-da-da-dum
Occasione per divertire e commuovere altri. Dare una copertina colorata al bimbo di carta, con il mio nome sopra.   Difficile, non impossibile, comunque se non ci provo non lo saprò mai.
Dum-da-da-da-dum
Sonno, caldo, colpi al cancello. Gente appoggiata che vorrebbe entrare. Parroco in testa, protetto dalle pie donne.
Come ti sei permessa di mettere in piazza le mie decisioni irrevocabili? Approvazione delle pie donne.
Come ti sei permessa di raccontarmi, faccio solo il mio dovere di madre! Applausi per Rosa dalle pie donne.
Come ti sei permessa? Non ho mai tradito mio marito! Il cane abbaia per sottolineare la sincerità di Mara.
Proteste, proteste, proteste.
Non vi ho presi in giro, ho usato la fantasia per colorire le vostre vicende. Siete persone, ma siete anche i miei personaggi.
Spunta il Ricu con il suo trattore. Ci mancava giusto lui. Il cancello non resisterà.
Qualcuno mi arriva alle spalle, sono circondata “Hai preso in giro persino me, tua madre. Chiederò giustizia al Cavaliere”.
Mamma, non ho resistito, la tua era una situazione esilarante.
Fai qualcosa di utile, invece, ci sono fiori e piante da innaffiare.
Dum-da-da-da-dum
CI SONO FIORI E PIANTE DA INNAFFIARE!
Apro gli occhi, al cancello non c’è più nessuno. Di reale c’è solo la voce, più ordine che richiesta. I fiori hanno sete, vero, qualcuno deve farlo. Io. Il bimbo di carta può aspettare. Forse dovrà aspettare ancora.. Ma rischiamo di rimanere soli, lui e io, contro la rabbia di un paese. Meglio metterlo in un cassetto e innaffiare i fiori. Le persone non sono personaggi. Le persone menano sul serio, mentre la strada del buonismo è tutta in discesa.
Però, però ………………… 
Dum-da-da-da-dum-
 

postato da: oliviapepe | 07:05 | commenti (10)

martedì, 06 giugno 2006

LA BAMBINA E IL CAVALIERE
 
La Bambina aveva passato i novant’anni. Il nome, Maria Bambina, le era stato dato secondo la tradizione brianzola, che prevedeva l’aggiunta di Maria anche ai nomi dei figli maschi. Una raccomandazione presso il Padreterno non guasta mai!
Passata indenne attraverso quasi un secolo di guerre e di epidemie e approdata in un paesino di montagna, la Bambina si teneva stretto il suo mondo fatto di sapori antichi, di rose, senz’altro le più belle del paese, di televisione e messa della domenica, con il corollario di chiacchiere sul sagrato.
Ma la sorte della chiesa era segnata. Il parroco, a sorpresa, ne decretò la chiusura. In effetti le trasferte in quel paesino rappresentavano una perdita secca: d’inverno l’elemosina non fruttava più di qualche biglietto di vecchie lire, racimolate a fatica da quattro assidue vecchiette. D’estate con i turisti andava meglio, ma non abbastanza da ammortizzare i costi della cattiva stagione. 
 
Dio non abitava più in quel paesino arroccato sulla montagna. E man mano svaniva il ricordo della sua parola, la domenica non c’era nemmeno la corriera per arrivare a fondo valle, fino alla parrocchia. La messa in televisione non è la stessa cosa, poi coincide con trasmissioni imperdibili, mattinate di cuochi improvvisati e curiosità da piazze di paesi affollate di gente, mica come qui.
E poi c’era lui, il Cavaliere, presenza continua e rassicurante.
Una notte appare in sogno alla Bambina. “Che cosa vuoi chiedermi, Bambina mia?” “Oh Eccellenza, Santità, se Lei potesse …. “ “Io sono l’onnipotente, chiedi e ti sarà dato!” “Un piccolo aumento della mia pensione, si può?”
Il mattino dopo i quotidiani annunciavano gli aumenti delle pensioni minime.
Altra apparizione, altra richiesta “i miei figli si lamentano sempre dell’ICI, non so che cosa sia, ma potrebbe farla sparire?” Sarà fatto, non ti preoccupare.” 
Il mattino dopo i quotidiani annunciavano la promessa del Cavaliere di abolire l’ICI.
 
Man mano che si avvicinava il giorno fatidico in cui gli italiani sarebbero stati chiamati alla scelta “volete Lui o Barabba?” l’apostolato della Bambina si faceva frenetico. I parenti la evitavano, il telefono non squillava più. Aveva persino interrotto clamorosamente i rapporti con una cugina alla quale aveva spedito una copia del Vangelo, compendio della vita e delle Opere del Cavaliere. La cugina aveva reagito molto male.
 
Come prevedibile, la gente scelse Barabba di stretta misura, la crocefissione durò giorni e giorni. Il Cavaliere apparve alla Bambina un’ultima volta. “La prego, mi porti con sé, nel Suo Paradiso ….. sa, quella villa di Porto Rotondo.” “Risorgerò come da copione, abolirò l’ICI, le tasse, dovete continuare a credere in me.”   Al buon Dio bastarono un paio di fulmini per annullare la presenza mediatica del suo concorrente. Quando è troppo, è troppo.
 
 
 
 
 
 

postato da: oliviapepe | 09:31 | commenti (4)

martedì, 09 maggio 2006

ROSA E I SUOI FIORI
 
E adesso dove è andata mia madre? Non si era accorta di aver parlato ad alta voce, dopo la scampanellata di rito. Un bebé addormentato nel passeggino, un borsone di panni da stirare e un altro bimbo per mano. Una finestra si apre: “Al corso, oggi è andata al corso!” Quel maledetto corso di découpage aveva fagocitato la madre Rosa, già affezionata babysitter e colf a tempo pieno, senza contributi né i benefici previsti dal Contratto Nazionale di Lavoro.
Questo voleva dire girare sui tacchi altissimi, volgere la prua delle scarpe appuntite verso casa, mettersi a stirare le camicie del marito e portare i bimbi ai giardini pubblici. Niente centro commerciale, niente prove di jeans e magliette, niente di nuovo da mettere in questa primavera ancora così fredda.
 
Intanto le mani e le forbici di Rosa volavano decise intorno a fiori e farfalle colorate, si districavano tra le bottigliette di colla e di colori, per poi posarsi su vecchi innaffiatoi, catini dallo smalto devastato, scatole, scatoline e scatolette. Magìa della carta colorata.
Rosa, come altre amiche del gruppo, era arrivata “a servizio” dal Veneto negli anni che avevano preceduto miracolo economico. Una vita trascorsa a incerare pavimenti altrui con lo spazzolone (in casa mia si chiamava “galera”), a fare bucati avari di acqua calda e a incastrare pentole tra i cerchi della cucina economica. I figli piccoli vestiti con pezze di lana o di cotone, a seconda del clima. Cinquant’anni volati via senza mai essere stati sfiorati dalle rivendicazioni del femminismo. E adesso, come per incanto, scopriva che il tempo, almeno quello che rimaneva da vivere, poteva essere tutto suo, poteva costruire cose belle e, soprattutto, cose assolutamente inutili. Lo facevano anche altre sue coetanee, quindi che male c’era? Era male pensare solo a se stesse, tuonava il parroco in quel mese di maggio. Ma al corso c’era anche una suora filippina, sorriso largo e occhi che ridevano. Meglio lavorare per il Signore, che per le signore sempre scontente. Il pavimento della saletta dedicata alla briscola serale dei compaesani si copriva di ritagli policromi. Dopo bisognava pulire e riordinare tutto.
Ma la Rosa, e come lei le altre Rose, sono ormai munite di telefonino. La cavalcata delle valchirie, il can-can di Hoffenbach e l’ultimo Sanremo punteggiano le due ore dedicate al ritaglio e incollaggio. Il richiamo al dovere, coscienze che rimordono, mani che indugiano sui petali colorati prima del fatidico “Pronto”. E alla fine una schiera di ragazze con passeggini e bebé sparsi a presidiare l’uscita, decise a rivendicare il tempo di Rosa, il tempo di tutte le Rose.
 
Ormai è sera, le camicie sono state stirate, la torta per la merenda del giorno dopo riempie la casa di profumo, Rosa può ricominciare a sognare girasoli e violette. E poi quella luna di sempre, quelle stelle così decorative, come starebbero bene incollate sul paralume comperato all’ipermercato! Forse per ritagliarle basta allungare una mano fuori dalla finestra. Forse basta aspettare un giorno, quando il tempo si fermerà per sempre e sarà solo suo.
 

postato da: oliviapepe | 08:38 | commenti (6)

venerdì, 24 febbraio 2006

IL RICU
 
Il primo incontro con il Ricu mi era capitato per interposta persona, se una decina di vacche possono essere considerate persone. Le vacche pascolavano tranquille al centro dello svincolo dell’autostrada. Il pastore, figlio del Ricu, dormiva pacifico sul bordo della carreggiata, le gambe allungate sulla sede stradale al sole di novembre.   Non so se qualcuno fosse finito fuori strada dallo stupore, di sicuro ricordo facce sbalordite, auto inchiodate e clacson impazziti. Ma il figlio del Ricu continuava a dormire. 
 
Il Ricu in carne ed ossa (molta carne e un unico dente superstite), avvolto in una nuvola odorosa di barbera, camicia a quadri rossi, me lo ero trovato al banco salumeria, occupato a dirigere il traffico della fila (tre persone compreso lui) e a comperare 50 grammi di prosciutto per la famiglia, vacche incluse. “Inutile che prendi il numero, il numero si prende d’estate, quando gh’in i furesti.”   Il Ricu aveva riguadagnato faticosamente l’uscita, barcollando tra gli scaffali. In un paese piazzato tra un campo da golf e le piste da sci, mai innevate fino in fondo, il Ricu, uscito da un passato lontano, costituisce un argomento di conversazione nei lunghi mesi senza turisti, i “furesti”, quando le seconde case hanno le tapparelle abbassate, gli allarmi inseriti e i caminetti pronti per la prossima occasione.
 
Il Ricu: una moglie, un figlio, un trattore e una decina di vacche. Al momento il trattore è parcheggiato in mezzo ai boschi. Colpa di un coniglio selvatico. Il Ricu ci voleva pranzare, ma la rosa di pallini aveva centrato le gomme del trattore, complice il solito breakfast a base di barbera.   I paesani avevano tirato un sospiro di sollievo, svanito il pericolo che il trattore si piantasse come un castagno nella stradina in salita che porta al parcheggio del minimarket, ma per il Ricu quel giorno erano stati dolori e pianti, imprecazioni e preghiere a S.Antonio.
 
Quando gli avevano dato l’elettricità era quasi impazzito di gioia, si era subito comperato un televisore, che ora troneggia spento sopra la stufa.   Cascina tramandata da generazioni, dove neppure le piastrelle avevano mai fatto il loro ingresso, figuriamoci una vasca da bagno o una doccia. Aveva rifiutato l’aiuto dell’Unione Europea per la ristrutturazione, mai fidarsi!
 
Molto lentamente il gelo si ritira per far posto alla primavera. Arrivano famigliole di turisti, cartacce e lattine, testimoni sbadati di pic-nic, voci che disturbano i boschi. Un’auto trasporta un capofamiglia in posizione indecorosa: è stato raggiunto da una rosa di pallini proprio sul fondoschiena. Rapido consulto fra la tabaccaia e il messo comunale. Dilemma: chiamare la veterinaria, abilissima nel medicare ferite di ogni tipo o depositarlo nello studio del medico?   Tra squilli dei vari telefonini di tutta la famigliola impegnata a condividere la tragedia con parenti e amici, il ferito viene depositato sul lettino dell’ambulatorio medico. Perplessità generale: qui i cacciatori sono pochi, i fucili merce rara. “Dei quadretti rossi, è tutto quello che ho visto”. “Fragole, erano fragole” gli spettatori non hanno più dubbi. “E una voce che mi diceva di lasciar stare i ciclamini”. "Era la voce di Dio - sentenzia il dottore - non lo sa che è vietato raccogliere i ciclamini?”
 
Meglio spedire un ragazzino a casa del Ricu. Meglio che il Ricu non si faccia vedere in giro almeno per un paio di settimane. 

postato da: oliviapepe | 08:01 | commenti (3)

giovedì, 22 settembre 2005

LA MARÜERA DI CASTEGN
 
Nel piccolo paese tra i boschi sembra non succedere mai niente, giorni semplicemente scanditi dal corso del sole e dai ritmi della natura. Ora è tempo di pioggia, la marüera di castegn, quella pioggia sottile che fa maturare le castagne. Già, la pioggia di novembre, che scende da un cielo grigio senza cedimenti, che diventa più sopportabile se le si attribuisce un ruolo. Bisogna trovarle una ragione di essere, se mancasse lei le castagne non maturerebbero.
Fine giornata, scarpe intrise di umidità, vetri patinati d’acqua. Il bambino guarda la pioggia, le foglie lucide. Ha in mano un aquilone leggero, colori squillanti contro il tempo grigio.   Non c’era stato tempo per farlo volare d’estate, bisognava abbandonare il bosco, trovare uno spazio aperto e una giornata di vento teso. Ma non c’era stato tempo per farlo, i grandi hanno il lavoro, gli impegni, e un modo per non rispondere alle richieste dei bambini. Domani, sempre domani. Oggi è domani, vero? Ma oggi piove, l’aquilone non ha nessuna voglia di bagnarsi, non ha gli stivali, l’impermeabile, l’ombrello.
Glielo aveva regalato il forestiero, occhi chiari e modi gentili. Al suo paese, in Engadina, tutti costruivano aquiloni e li facevano volare, pensieri liberi contro il cielo dell’altipiano, sogni che volavano sempre più in alto. Era arrivato nel piccolo paese tra i boschi, per pensare e preparare strani oggetti, composizioni materiche. I paesani lo osservavano, le donne avevano un argomento di conversazione più interessante della ricetta per cucinare il coniglio, del detersivo migliore e dell’ultima telenovela. E lui ricambiava i loro sguardi, sorrideva al loro imbarazzo. E aveva un sorriso speciale per quella mamma, per quel bambino senza sogni e senza aquiloni.
Domani, sempre domani. Così era finita l’estate, erano ricominciate le scuole, e il domani era diventato “l’estate prossima, quando finisce la scuola”.
Settembre si era portato via il forestiero e con lui il sorriso della mamma. Ora le domande erano due, “credi che tornerà?” “Credi che mi porterà a far volare l’aquilone?” “L’estate prossima, quando finisce la scuola, forse”    “Me lo prometti?” Promesse, meglio che niente. Tornerò prima dell’estate, si può vivere un inverno intero con una sola promessa?
“Domenica ti porto a far volare l’aquilone, troveremo un posto solo per noi due, promesso!”
Ma è cominciata la marüera di castegn, che continuerà a scendere implacabile per tutto il mese di novembre. Poi verranno le castagne da cuocere sul camino, la neve, il tempo da riempire aspettando l’estate.
 
 

postato da: oliviapepe | 07:58 | commenti (4)